CREAZIONI

Un reading poeticoASpregio.PresentazioneCorpo Voce Ritmo ParoleAFormadiFiore.Presentazione Queste performance sono diverse facce della luna

I testi sono scritti in versi da me pescando a mani basse nella mia vita, nella mia biografia

A Spregio si presenta come un reading al microfono accompagnato dal basso elettrico di Claudia Natili, una sessione poetica in acustico con delle caratteristiche di leggerezza e godibilità in cui anche le invettive scivolano sulla forza del ritmo

In A forma di fiore le stesse parole sono incarnate e vissute e l’evento assume un carattere più intimo e denso in cui il corpo è maggiormente presente e fondamentali si rivelano le caratteristiche del luogo ospitante che viene affrontato in modalità “site specific”, creando la morfologia della messa in atto in base alle caratteristiche salienti dello spazio a disposizione

LA SPOSA NON ASPETTA è il prossimo capitolo di questa sperimentazione fondata sulla voce dell’animaLaSposaNonAspetta

https://www.produzionidalbasso.com/project/la-sposa-non-aspetta

(Immagini di locandina elaborate da originali di Emanuele Becheri)

 


 

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DOVE*VENERE*15


Video 

Il nucleo di partenza dello spettacolo è la pièce di Silvia Calamai Congelata – un testo di dieci anni fa molto apprezzato al suo debutto da Barbara Nativi e poi per alterne vicende dimenticato – che vede protagonista assoluta Gaudenzia Bianca, donna dall’età “imprecisabile e imprecisata”, la quale vive insediata sulla poltrona di casa con l’unica compagnia dell’ apparecchio telefonico, tramite esclusivo per connettersi al mondo circostante e conservare una parvenza d’umanità. Una creatura nel suo bozzolo uterino attaccata ad un cordone neanche troppo simbolico.

Da lei ho preso le mosse per avviare una riflessione più ampia sulla difficoltà che tutti coinvolge e dunque generale – e tanto più paradossale in questa era eminentemente caratterizzata dalla presenza massiva dei mezzi di comunicazione – a relazionarsi con l’altro da sé, a stabilire una comunicazione appunto, ma reale, che abbia basi autentiche. Come Gaudenzia rannicchiata in una dimensione domestica che è tana e prigione esiste diffusamente ormai – e quasi incoraggiato dall’assetto sociale – un trincerarsi in se stessi negando accesso al confronto diretto e non mediato, alle occasioni di rapporto, in una parola alla felicità derivante dall’incontro.

Respiriamo dentro un circuito di comportamenti ipocriti unanimemente condivisi, sempre più assuefatti ad una generale diffidenza sociale che avvelena l’anima, sobilla ansie, produce a livello capillare la chiusura difensivo-preventiva di ciascuno ben occultata però dai brillanti status sulle bacheche facebook o dalla mitraglia di whatsappini in cui lasciar scolare il proprio bisogno di contatto umano. Succede così che qualsivoglia corrente emotiva fatica a tradursi in una realtà fattiva, concreta : i sentimenti si manifestano allo stato gassoso ma non divengono materia, non si trasformano in azioni e relazioni se non per fugacissimi istanti : rimangono lì, come spinte nate morte.

Quello che in sostanza fa questa donna chiusa in casa è intonare un tragicomico peana per la propria incapacità di accedere alla dimensione privilegiata ed elementare dell’amore.

È l’ultima degli esseri umani femmina precipitati in situazione critica di cui ho scelto di occuparmi in una mia personale “ Trilogia della Sconfitta “ cominciata con Gaia, Terra di mezzo (2005) e proseguita con Rebecca (2008) : mi interessano le donne “mancanti”, che mancano interiormente di qualcosa, che mancano all’esterno i propri bersagli, che mancano nel conto collettivo delle individualità realizzate. Mi interessano perché escono dallo stereotipo triadico che ci vuole vittime o madri o gran fighe e si materializzano invece come persone che – come nella vita vera – non possono essere contenute nel recinto delle etichettature convenzionali.

Alla struttura drammaturgica suddivisa in brevi scene che l’autrice ha voluto lasciare aperte al gioco dell’interprete (autorizzando quindi a cambiarne l’ordine, eliminarne alcune, reiterarne altre etc) ho giustapposto alcuni miei scritti in versi scaturiti da vissuti privati, lasciando poi spazio a fugaci apparizioni di ‘amorose’ shakesperiane per me di riferimento come all’esplosione di pezzi sonori punk-rock evocanti scenari più o meno erotici. Non mi sono preoccupata di dare un colore comico o drammatico a questo spettacolo ma solo di restituire una trascrizione scenica il più onesta possibile del dolce e l’amaro presenti nelle nostre vite.

Per un esorcismo collettivo

Rebecca Video
Quando Oliver Sacks incontra Rebecca lei ha 19 anni.E uno sviluppo intellettivo pari a quello di una bambina di otto. Inabile alla comprensione concettuale – e di conseguenza incapace di afferrare le più elementari prassi di vita quotidiana – si muove in modo scoordinato, non distingue la destra dalla sinistra, non sa aprire una porta se c’è da girarci dentro una chiave né infilare i vestiti nel giusto verso. In più ha una forte miopia degenerativa, un problema al palato che la fa parlare con un sibilo, mani tozze e deformate. E’ un cumulo di handicap. E lo sa. Schiva e timida, nella dolorosa coscienza di sé di chi si sente grottescamente ridicolo e inadeguato. Ci sono condizioni organiche però che nel chiudere determinati accessi spalancano porte ulteriori. C’è la musica. Attraverso essa Rebecca perde la sua goffaggine e disgela danzando il suo corpo in movimenti pieni di grazia. Allo stesso modo in mezzo alla natura la sua identità, terribilmente frantumata durante i test tesi ad evidenziarne soltanto deficit e funzioni, si ricompone miracolosamente nella contemplazione di uno spettacolo che il suo mondo interiore ha la sensibilità di recepire come “un tutto coerente, intelligibile, poetico”. Seduta su una panchina a respirare la primavera non è dissimile da una fanciulla di Cechov in giardino. La poesia più di tutto la richiama con la sua forza immaginifica plasmando lei stessa come una sorta di poeta “primitivo” capace di esprimersi per metafore spiazzanti e commoventi. Così il linguaggio simbolico delle storie della Bibbia narrate dall’amata nonna diventa nutrimento quotidiano e indispensabile di cui fare continua richiesta. Fino alla morte dell’ unica figura familiare da sempre vicina. E’ nel lutto che il sé luminoso e lirico di Rebecca sprofonda tragicamente, conquistando una nuova dimensione emozionale ed etica, di sofferenza affrontata con dignità e compostezza. Una crescita che la riporta alla vita più consapevole. Basta “laboratori di sviluppo cognitivo ed ambientale”, basta lezioni frustranti e inefficaci. “Io sono come un tappeto, un tappeto vivente. Ho bisogno di un motivo, di un disegno. Se non c’è un disegno, vado in pezzi.” E quel disegno, quella struttura narrativa entro cui ricomporsi integralmente e riconoscersi, è il teatro. Attraverso cui Rebecca trova finalmente il suo posto nel mondo. A un livello “primordiale” dell’essere Rebecca è una creatura completa. Recepisce la realtà, con tutto il dolore e la bellezza ad essa connessi, attraverso un contatto concreto, immediato, che non si serve del filtro dell’astrazione e che pertanto ha un’ intensità soverchiante. E’ in presa diretta con la vita. Come i bambini, come i selvaggi. Il “mondo dei semplici”, come ben lo definisce Sacks, mi attira irresistibilmente per la sua precipua e commovente facoltà di dare senso all’ esistenza attraverso il Sentimento. E’ un mondo che pur nell’ ignoranza della schematizzazione e delle sue evoluzioni concettuali vive costantemente radicato nelle profondità dello Spirito. Possiede quel fluire armonico che è proprio d’ogni forma d’Arte nel momento in cui si avvicina alla grandezza. Mi colpisce altrettanto nella società dei “normodotati” l’abitudine a tenere preferibilmente lontano tutto questo per concentrarsi sullo sfruttamento massivo della sfera razionale. Sfruttamento finalizzato peraltro – nella maggioranza dei casi – soltanto alla mera sopravvivenza. Lungi dal desiderio di un potenziamento intellettuale le regioni della mente vengono incessantemente abitate da idee, pensieri, schemi talmente prosaici da esser ormai confortevoli come cucce. Alla larga dall’immateriale. Vorrei che questo fosse uno spettacolo sulla potenza dell’Anima. Sull’invisibile che alberga nell’essere umano. Sul nucleo radiante capace di trasfigurare una ragazza fisicamente invalida e cerebralmente menomata in una persona integra, luminosa, forte. Uno spazio nudo che vive attraverso le luci, un corpo in movimento, un distillato vivo di parole intrecciato al racconto di un caso clinico. All’essenza. Semplicemente.
LocandinaTeatrOrologio
Video
Gaia è una donna bambina che porta il nome della terra. Caduta in coma in seguito ad un rocambolesco incidente nautico si ritrova in una dimensione sospesa tra la vita e la morte a dover scegliere se tornare al mondo. Meditando sulla questione ripercorre i momenti cardine della sua esistenza e le varie fasi di una depressione rabbiosa e allo stesso tempo buffa, rivolgendosi con nochalance ad una supposta entità superiore che potrebbe essere Dio come David Bowie. Prende così corpo il ritratto semiserio di un’attrice disoccupata, divorata dai sensi di colpa e come smarrita nel caos contraddittorio delle dinamiche sociali, che cerca di liberarsi dalla morsa autodistruttiva in cui si è rinchiusa per sfuggire alle inevitabili amarezze generate dalla professione, dai rapporti familiari, dalle relazioni sentimentali. Il suo è un limbo in cui le domande inevase si rincorrono in momenti ora giocosi ora drammatici, ma sempre venati da un’autoironia surreale e sognante che ammanta di tinte naif l’intero spettacolo sino all’imprevedibile risoluzione finale. La scena è scarna, essenziale, evocativa di un microcosmo vagamente ospedaliero ma anche onirico dove il nitore che uniforma i pochi elementi scenici – una sedia un vaso una gigantesca margherita, bianchi – viene spezzato soltanto dall’azzurro carico di un appariscente cappottino, piccola concessione alla vanità. La musica, interamente tratta dalla produzione dell’evocato Duca bianco, è un’esplosione episodica che allenta la tensione e traghetta l’attrice e gli spettatori da uno stato emotivo all’altro, in un viaggio attraverso la coscienza che da percorso individuale diventa discorso collettivo. Pensato dall’autrice in napoletano come una cronaca burlesca delle proprie esperienze, ma scritto in un italiano parlato vicino al quotidiano, lo spettacolo si pone l’intento di traslare in un linguaggio scenico semplice e fruibile da ogni tipo di pubblico la particolare musicalità e fantasia della lingua e della prassi teatrale eduardiana, alla ricerca di una freschezza drammaturgica e di una naturalezza interpretativa capaci di creare una comunicazione diretta e immediata con gli spettatori. Il progetto nasce dall’incontro di due attrici dal bagaglio artistico dissimile unite dall’interesse a lavorare sul “femminile” con una sana leggerezza ma spingendosi in profondità, a scandagliare le zone d’ombra e le componenti meno stereotipate e convenzionali dell’essere donna, nell’intento di dar vita con il personaggio di Gaia ad una creatura sfaccettata e sorprendente, ma comunque legata al dato reale, in sarcastica antitesi con la piattezza sconfortante dei modelli femminili di matrice pubblicitario-televisiva quotidianamente rimandatici dai mass-media.